Nell'avvicinarci alla “Settimana per l’unità dei cristiani”, abbiamo pensato di offrire, in 4 puntate, un profilo sulle sue origini. In particolare, metteremo in rilievo i rapporti fra Igino Giordani, Maria Gabriella della Trappa e Chiara Lubich. Il primo fu un appassionato di ecumenismo fin dalla fine degli anni Venti. Con le sue posizioni, diede un impulso originale all’ottava di preghiera per l’unità.

La suora che offrì la vita per l’unione dei cristiani

foto098Così titolava il quotidiano «La voce» del 23 gennaio 1966, annunciando l’apertura del processo di beatificazione di suor Maria Gabriella della Trappa, quasi in coincidenza con il primo ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani dopo la chiusura del Concilio vaticano II.

L’offerta della giovane vita per la ricomposizione dell’unità della Chiesa fu fatta da suor Maria Gabriella proprio in occasione della celebrazione di un Ottavario di preghiere per l’unione, quello del 1938. Suor Maria Gabriella, sanissima e appena ventiquattrenne, andò dalla superiora e le disse: “Madre, mi lasci offrire la vita per l’unità della Chiesa! Tanto, che vale la mia vita? Non faccio niente, non ho mai fatto niente”. Di fronte all’invito, da parte della madre, alla riflessione, dopo qualche giorno, ecco di nuovo suor Maria Gabriella farsi avanti: “Ritorno, umile, timida; mi pare proprio che il Signore lo voglia; mi sento spinta a questo anche senza volerci pensare”.

Maria Gabriella Sagheddu, nata a Dorgali (Nuoro) nel 1914, si era distinta nei primi anni di vita per vivacità, orgoglio, spirito di ribellione, caparbietà. Era tutt’altro che una bambina modello.

Un cambiamento di rotta avvenne verso i 18 anni. Militò nell’Azione cattolica e ben presto si presentò alla porta del convento Nostra Signora di San Giuseppe a Grottaferrata dove fece dopo due anni la professione religiosa.

Nello stesso giorno in cui tornò dalla superiora per confermare la sua offerta, Maria Gabriella sentì un dolore alla spalla, sintomo del male che in un anno la portò alla morte. Il Vangelo del giorno della sua morte ricordava le parole di Gesù: “Ho altre pecorelle che non sono di questo ovile. Anche quelle bisogna che io raduni”.

Il sacrificio della giovane suora destò molta impressione tra tutti i cristiani, in particolare tra i benedettini anglicani della Nashdom Abbey, non distante da Londra, che iniziarono fraterni rapporti con le trappiste di Grottaferrata. Un valdese italiano, poi, così scriveva a Igino Giordani, che gli aveva fatto avere una pubblicazione su Maria Gabriella: “Creatura d’eccezione nella sua umiltà, suor Maria Gabriella pone a tutti noi il problema della santificazione del mondo, della creazione di Santi moderni attraverso i quali Iddio possa ricostruire la sua Chiesa. Da una parte e dall’altra c’è urgenza di santi che vivano nel mondo un cristianesimo integrale, intelligente, ispirato”.

Ma quale il legame tra Giordani e Maria Gabriella dell’unità, ora beata?

Lasciamolo raccontare a lui stesso nella presentazione della biografia di Maria Gabriella scritta da Maria Giovanna Dore nel 1940, dove Giordani già sostiene l’importanza e la fecondità della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”[1].

Scoppiata quest'altra guerra (quando Giordani scrive, è scoppiata da poco la seconda guerra mondiale) c'era da temere che la coscienza dell'unità in Cristo si frantu­masse sino a non ritrovarsi più. E invece, per un istinto luminoso di resistenza, essa s'è fatta più acuta, intanto che è divenuta più dolorosa. E non c'è come il dolore che, demolendo le so­prastrutture dell'orgoglio, faccia ritrovare i fratelli.

Questa ripresa della coscienza unitaria - della nostra fraternità per l'origine e il fine, per la caduta e il riscatto - ha anche una espressione commovente, tra le nazioni mobi­litate o già belligeranti, nella celebrazione del­l'Ottava per l'unità della Chiesa.

Preparata con un appello del card. Tis­serant, segretario della S. Congregazione per la Chiesa Orientale, e iniziata con una Messa del pontefice della Pace, Pio XII, la mattina del 18 gennaio (festa della cattedra di San Pietro a Roma) si è conclusa oggi (conversione di San Paolo) con una partecipazione vasta e varia di popolo cristiano.

La pratica dell'Ottava per l'unità, poiché aduna milioni di cristiani ai pie­di dell'unico Padre per fargli un'unica, corale, domanda, che ridiventino, tutti, uno; è già essa stessa un inizio dell'unità, oltre che un avvio nella direzione giusta. Divenendo una crociata di preghiere in mezzo a strepito d'armi, contribuisce a salvare la coscienza della solida­rietà universale, e a parare, in qualche misura, le rovine della rissa fratricida.

Durante i preparativi di questa Ottava s'è sparsa la notizia, al principio assai imprecisa, che in un monastero di monache trappiste presso Roma, si pregava, con un'intensità partico­lare, per la cessazione delle divisioni fra cri­stiani, il cui aspetto - che é aspetto di Cristo sanguinante - non dovrebbe darci requie. Io venivo a sapere che, in quella Trappa, un'umile monaca s'era offerta vittima per l'unità della Chiesa e che la sua immolazione aveva colpito profondamente una comunità di fratelli sepa­rati in Inghilterra.

La notizia, pur così vaga, allargava immen­samente - agli occhi miei, almeno -1'orizzon­te del movimento unitario e apriva prospettive nuove, in cui, come lembo d'azzurro tra fendi­ture di tempesta, si mostrava il volto del cielo sopra l'umanità rissosa. Metteva, insomma, nella sua vera luce l'Ottava e i suoi fini.

Poste di fronte al problema della scissione, esse l'avevano contemplato con semplicità, al lume della Regola, che mai devìa: e cioè aveva­no visto che l'unità andava cercata dove sta: alla fonte, alla matrice: doveva in altri termini, chiedersi al Padre, nel quale - come con la parabola del Figliol prodigo ci è stato insegna­to - e solo nel quale i fratelli si unificano.

Queste monache insomma non si attardavano alle stazioni intermedie: andavano dirittamen­te a Dio. Lasciavano l'accessorio (disquisizioni, organizzazioni, storiografia, ecc.) e si fissavano sull'essenziale. L’unità non è opera di uomini, ma di Dio.

(fine prima parte - continua)



[1] Da “La voce”, 23 gennaio 1966, pag. 4

 

 

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