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20 Dicembre 2010
Quella di Igino Giordani è una personalità complessa e dall'impegno vasto e multiforme. Tutti lo conosciamo come uno dei più illustri scrittori italiani e figura fra le più rilevanti del moderno pensiero cristiano a livello internazionale, apologista, patrologo di grande valore, agiografo, ecumenista, saggista di forte personalità. Egli è stato, accanto a Sturzo, uno degli iniziatori di quell'impegno dei cattolici nel politico che diede vita al Partito Popolare, subito dopo la prima guerra mondiale. Era un'esperienza nuova per i cattolici italiani dopo il tempo del 'non expedit'; ed egli vi si immerse con grande coraggio e con la chiarezza del "sì sì, no no" evangelico.
Di fronte a questa ampiezza e ricchezza d'interessi viene spontanea una domanda: quali ne sono state le radici profonde? Che cosa lo ha spinto a immettere nelle realtà sociali, politiche, culturali, di famiglia, quell'afflato spirituale e universale, che lo rendeva autentico e che traspariva dai suoi atti, e nei rapporti aperti e schietti con amici e avversari?





Scriveva Giordani in Laicato e Sacerdozio (1964): «Incapsulato nell’armamentario d’un partito, d’una classe, del fisco, dello Stato, dell’azienda, il lavoratore del braccio e del cervello si sente sempre più ghermito dall’apparato, si spersonalizza, si allinea, come dicono: e, dove si svincola rischia, come grano di sabbia, d’essere travolto nel numerico, nell’anonimia di massa, nel turbine d’una vicenda retta da gruppi di potere.» Parole che sembrano descrivere la situazione in cui ci troviamo a vivere oggi, avvolti da un senso di precarietà e di impotenza
A leggere nel Diario dei primi tre anni le confessioni, gli interrogativi, le esortazioni a se stesso, possiamo ricavarne tra le molte luci interiori alcune: desiderio di avere «l’anima invasa dall’amor di Dio»; l’ansia di «umiltà e carità, servire tutti, sentirsi inferiore a tutti»; la volontà di «concrocifiggersi con Gesù» (1 e 2 maggio 1941). Nell’accettare delusioni e critiche e qualche amarezza, anche familiare, mentre incalzavano i disagi e gli orrori della guerra, si poneva il problema della santità. Sentiva la «responsabilità di voler fare lo scrittore cristiano senza essere santo», e si incitava: «innalza gli scritti con la tua vita» (stesse date), con dentro il cuore questa speranza: «parlando di religione tu puoi, forse, farti santo: perché solo così quelle parole reiterate impegnano la tua anima» (12.5.1942). Era assolutamente convinto di questo: «in fine, quel che conta è una cosa sola: farsi santi» (13.5.1943); ma ben sapeva che un tale cammino «va finché tende a Dio con le forze di Dio… il grande spazio del divino solo afferrandosi a Dio si varca» (17.7.1942).
Il nostro Igino ci lascia una eredità preziosa.
l’atto di apostolato, che è maggiore. Igino Giordani esamina il cristianesimo come una vera rivoluzione che s’è prodotta, storicamente, in un dato tempo e in un dato ambiente, ma che, eternamente, si rinnova in mezzo a noi. Come c’è stato bisogno della testimonianza del sangue, quello del Golgota, e quello versato nei circhi, per impiantare la fede nuova, così occorrerà forse che i cristiani siano perseguitati e soffrano, come già avviene in alcune parti del mondo, perché la sofferenza è il loro compito, affinché il regno di Dio venga. La rivoluzione della croce è più che mai necessaria, il primo terreno sul quale occorre operarla è in noi.
effondersi».
compassata figura di parlamentare che compie discorsi importanti sulla pace nel mondo e sul disarmo totale durante la Guerra Fredda, oppure il calmo ed erudito scrittore che dalle pareti della Biblioteca Vaticana traduce, commenta e divulga i Padri della Chiesa, o ancora l’ispirato confondatore che al fianco di Chiara Lubich sostiene l’edificazione del nascente Movimento dei Focolari. 
Avvampato anch’egli, si fa terziario domenicano; e più tardi ne scriverà come di “colei che prima m’incendiò dell’amore di Dio” (Diario di fuoco, 30 aprile1963). Ne approfondisce la conoscenza meditando il Dialogo della Divina Provvidenza, ch’egli utilizza per un suo libro ricco di mistica, Il sangue di Cristo (1937); rimane affascinato dalle altezze sublimi da lei raggiunte, e ne dà questa valutazione: “è stata probabilmente la più grande donna del cristianesimo, dopo Maria”.