Dicono di lui

Una risposta all’inquietante problema di una “politica casta” ce la suggerisce con gli scritti e con la vita il nostro Giordani, il quale già nel 2003 è stato così qualificato: “politico assolutamente casto, puro da ambizioni e interessi terreni”.

Ha iniziato a far politica negli anni ’20 come giornalista per difendere la libertà contro la dittatura: lo faceva anche ad alto livello battagliando con qualche pensatore che per giustificare la violenza del fascismo (gli oppositori bastonati o addirittura uccisi), deformava il Vangelo con una teoria da Giordani definita“sintesi cristiano-pagana”. Egli confessava pubblicamente la sofferenza dell’anima per quel dover battagliare; ma lo viveva come “apostolato” e “anticipo di purgatorio: non sono forse i partiti, la politica, il nostro cilicio?” (1925).

Vent’anni dopo, direttore de “Il Quotidiano” nel nuovo clima di democrazia, di fronte a certe teorie che proclamavano “la politica innanzitutto”, egli precisava: “la politica è fatta per il popolo e non il popolo per la politica. Prima la morale, prima l’uomo… la politica non deve diventare padrona, non  farsi abuso. Qui è la sua funzione e la sua dignità: d’essere servizio sociale, carità in atto” (1945). Dunque: la politica come servizio, la politica come amore in azione concreta.

L’anno dopo, chiamato da De Gasperi alle elezioni per la Costituente, si poneva questa domanda: “può un uomo politico esser santo?”. Risultato eletto e promosso direttore del giornale di partito, si chiedeva come “diffondere santità” dalle pagine di un giornale e dai corridoi di Montecitorio. Concludeva con un’altra domanda: “chi compirà questo miracolo?”

Ben presto però, nella nuova esperienza politica incontrava tante difficoltà, più di quante ne avesse immaginate. Per non violare la correttezza professionale sottoponendo il giornale ai giochi delle correnti di partito,  scelse di dimettersi da direttore; e pregava: “questa umiliazione serva a rimettermi, anima nuda, di fronte a Te, Signore”.  Doveva registrare “incomprensioni, calunnie, scherni, abbandoni”, che  gli procuravano “delusioni e amarezze”; comprendeva che erano prove mandate da Dio per farsi santo proprio nella politica.

Candidato solo per richiesta di altri, rifiutò un assessorato al Comune di Roma, e non si fece trovare da De Gasperi che pur pensava di farlo sottosegretario. Non si organizzò una clientela; e quando non fu rieletto, continuò sereno ad operare come educatore politico specialmente per i giovani.

Incontrando Chiara e accogliendone la spiritualità, Igino non agisce più solitario, ma in comunione con un intero movimento, di rinnovamento anche sociale: il suo “esser politico” diviene a un tempo più spirituale e più concreto. Ora prende iniziative sui temi della pace, del disarmo, dell’obiezione di coscienza, spesso anche colloquiando con parlamentari degli altri partiti; e svolge interventi in Parlamento sostenendo l’unità europea, la riconciliazione tra l’Occidente e l’Oriente, l’avvio di una nuova politica mondiale basata sull’“accrescere la carità” e non le armi. E sostiene il bisogno di dare “un’anima alla democrazia”,  che sennò si riduce a soli  numeri, tecniche e spartizione del potere (1949, 1950, 1951).

Sul piano spirituale  afferma che se tutti i laici cristiani devono vivere  -“mentalmente per santo desiderio” (parole di Caterina da Siena) i tre consigli evangelici di povertà, castità, obbedienza -  ciò è “soprattutto necessario” per i politici. E poiché la politica è un’attività più delle altre esposta “alla corruzione, alla menzogna, all’ambizione” – dice addirittura che “il potere satanizza” (1962) – egli lancia questo messaggio: se tutti abbiamo bisogno di santità, “gli statisti, i legislatori, gli amministratori della cosa pubblica ne abbisognano di doppia razione”  (1962).

Solo se tale messaggio comincia a realizzarsi non ci sarà più la casta dei politici, ma nascerà una politica casta.

 

Tommaso Sorgi

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