Dicono di lui

Giovanni Prosperi, originario di Subiaco, ora a Roma, grande amico e conoscitore di Giordani, ci racconta in modo poetico e avventuroso il suo primo incontro con Foco.

La montagna, quel sipario di verde boschivo a ridosso di Subiaco, costituiva per noi ragazzi un ‘attrazione speciale. Era il luogo dell’avventura, della sfida, della prodezza fisica che ci coinvolge va durante tutto l’arco dell’anno. 088L’equipaggiamento era sommario: un caldo maglione, calzoni corti, calzettoni di lana e scarpe chiodate. Camminavamo ore ed ore, spingendoci sempre più in là, attratti dai luoghi ancora per noi vergini e dalle cime dove lo sguardo si perdeva lontano.
La sensazione era quella di una conquista che a sua volta ci apriva ad un orizzonte sempre più vasto, qualcosa che fuggiva nell’arcano bisogno di infinito.
In una di queste escursioni, era con noi un giovane, di alcuni anni più grande, sempre sorridente e sempre disponibile a farci superare le inevitabili difficoltà. Il suo nome era Dante Orlandi, una sorta di guida. Quel giorno, al ritorno, ci propose di andare sulle dolomiti, in Trentino. Gli rispondemmo unanimi che sarebbe stato un viaggio meraviglioso, la realizzazione di un sogno, ma troppo costoso per le tasche dei nostri genitori che erano da poco usciti dai disastri della guerra. Ci rassicurò, sarebbero bastati pochi soldi perché ci avrebbe inviati da suoi amici, peraltro straordinari. La spesa maggiore sarebbe stata quella del viaggio. Appena a casa ne parlai con i miei genitori ed essi si preoccuparono soprattutto della difficoltà di cambiare tre treni, per me, che uscivo di casa da solo per la prima volta. Era 1’estate del 1957 ed avevo 16 anni. Mi consigliarono di coinvolgere almeno un altro amichetto e così partimmo in due: io e Massimo Rapone di 14 anni. Il viaggio ci divertì moltissimo e il cambio dei treni non costituì un problema. Il terzo trenino, a carbone, saliva sbuffando verso Fiera di Primiero. Ci incuriosiva il dialetto dei passeggeri e il paesaggio delle prealpi. Ad un tratto, avendo spalancato un finestrino, ci trovammo il volto nero di fuliggine e divenimmo lo spasso della carovana dei passeggeri.
Arrivammo a Fiera di Primiero. Entrammo in un bar e chiedemmo dove fossero alloggiati i focolarini. Nessuno riuscì a darci una risposta; allora dicemmo loro che si trattava di molte persone che vivevano insieme. Capirono e ci dissero che erano alloggiati in una scuola, indicandoci la via da seguire. Arrivammo: ci accolsero con grande affetto, ci fecero mangiare e poi ci assegnarono due letti in una improvvisata camerata di una già aula scolastica, molto ampia. Dormimmo e, al mattino, la sorpresa grande fu lo spettacolo delle dolomiti che ci si presentò davanti agli occhi in un modo inaspettato e sorprendente. Eravamo stupiti di fronte a tanta bellezza: le vette dolomitiche e i boschi di conifere, così nuovi rispetto al nostro ambiente. Qualcuno ci ricondusse alla realtà e ci disse di far presto, perché giù, al piano terra c’era la colazione che ci aspettava. Tutti erano gioviali e affettuosi, ci inserimmo subito in quel clima accogliente.
Il giorno dopo un giovane ci informò che eravamo attesi da Igino Giordani, detto ‘Foco’, deputato al parlamento. Io mi schermii tentando di sfuggire ad un incontro che mi metteva a disagio e così si comportò anche il mio amico. Ma il giovane sorridendo, riprese: “Non siete di Subiaco?” Rispondemmo affermativamente. E lui: “Mi ha chiesto di condurvi da lui, vuole parlarvi; sapete, Chiara Lubich lo ha definito il “confondatore” del movimento dei focolarini, di cui fa parte il vostro amico Dante Orlandi”. Entrammo in un piccolo locale, che fungeva da studio, e lui ci accolse con un sorriso accattivante e gioioso. “Venite, venite, siete di Subiaco ed io sono “cottinfronte”.
Questa battuta ironica ci indusse ad una sonora risata e ci mise a nostro agio.
Bisogna dire che tra i sublacensi e i tiburtini non correva buon sangue a causa di lontani motivi storici e politici, per cui si usava dire a Subiaco che i tiburtini nel Medio Evo avevano riportato una sonora sconfitta ed erano stati marchiati a fuoco sulla fronte. Da ciò derivava 1’abitudine di chiamarli “cottinfronte”. Volle conoscere i nostri nomi e poi ci disse: “ Io sono Igino Giordani, ma Chiara mi chiama ‘Foco’. Allora voi ora chiamatemi foco e datemi del tu. Va bene?”.

Questo atteggiamento confidenziale spianò ogni distanza e incominciammo un dialogo che non avrei mai più dimenticato. Il suo cristianesimo era così nuovo per me, così rivoluzionario, oggi direi laico, che mi conquistò. Mi parlò di pace, era un vero uomo di pace: mi parlò di politica, con un tale coraggio di idee, così innovative per me, che stentai a seguirlo, era stato un padre della Costituente; solo più tardi avrei capito a fondo questa dimensione profetica della politica. Mi parlò di fede e mi propose di riconoscermi nel carisma dell’unità, proposto da Chiara Lubich: “Dove due o più sono uniti nel mio nome, là, sono Io in mezzo a loro”. Così aveva detto Cristo Gesù.
Più tardi, ma quasi subito, mi riconobbi in questo “cuore” del Vangelo. Poi mi parlò di un capitolo dedicato a Subiaco nel suo romanzo storico “ La Città Murata” che tentava, nella figura del monaco Ildebrando, poi Papa Gregorio VII, così decisivo per la Chiesa con il suo coraggio e la sua fermezza, di rappresentare in qualche modo Monsignor Montini, poi Paolo VI, allora impiegato alla segreteria di Stato, a Roma, e che veniva infuocando gli spiriti di alcuni giovani, tra cui, evidentemente, lui, Igino Giordani che usò il genere del romanzo storico, per non incorrere nelle maglie della censura.
Più tardi io rimasi infuocato dall’enciclica “Popolurum Progressio” che tanto influenzò le mie scelte di respiro mondiale nelle piccole e meno piccole cose della mia vita. Quando, solo qualche anno dopo, Città Nuova, la casa editrice del Movimento dei Focolari, pubblicò “La Città Murata”, me ne procurai subito una copia, apprezzandone anche la prosa ricca di immagini di quel paesaggio, tutto interiore, che da città murata diveniva sconfinato amore che da Dio veniva riversandosi sui fratelli e su quei luoghi tiburtino — sublacensi inesausti di divina avventura.
Infine Foco divenendo serio, ma non serioso , ci disse: “Siete qui non per caso, ma per coincidenza”, allora lo ripresi “Io preferisco dire per combinazione”. E lui: “Hai ragione è più bello dire per combinazione perché sottintende qualcuno che combina, chi te l’ha insegnato?”. Ed io: “Padre Pio da Pietrelcina”, “Hai conosciuto anche lui? “Si”. E allora bisogna farsi santi”. E mi propose di far nascere un nucleo del Movimento dei Focolari anche a Subiaco.
Il 27 settembre 2009 a Rocca di Papa si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione di Giordani, che si chiedeva nel suo diario: “Può un politico divenire santo? Ci si può fare santi con la politica?” Foco ci è riuscito.
Seduti sui gradini della sala delle conferenze del Centro del Movimento dei Focolari a Rocca di Papa, eravamo Felicetto e Lucia Mari, focolarini sposati, ed io, tutti e tre di Subiaco: ecco il nucleo desiderato dal servo di Dio Igino Giordani a Subiaco.

Giovanni Prosperi

Nella foto, che si riferisce ad un incontro delle Associazioni Igino Giordani tenuto a Rocca di Papa nel marzo 2007, Giovanni Prosperi è il secondo da destra.

Centro Igino Giordani

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